Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione.

Noi, come molti altri, abbiamo iniziato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure
immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog, che è organizzato in quattro sezioni principali: 1) “Rivista”, dove si potranno scaricare i numeri de “Il Lato Cattivo” che
via via saranno pubblicati; 2) “Materiali ausiliari”, che contiene testi che, per varie ragioni, non hanno trovato spazio nella rivista, ma che possono integrarla o essere dialettizzati con essa; 3) “Rotture teoriche 1965-1980”, che raccoglie le espressioni di rottura con le Sinistre Comuniste che hanno gettato le basi dell'odierno dibattito sulla “comunizzazione dei rapporti fra individui”; 4) “Altre letture”, dove si potranno trovare spunti di inattualità provenienti dal passato, da leggere con l'occhio rivolto al presente.

martedì 10 dicembre 2013

Come poter ancora rivendicare quando nessuna rivendicazione può essere soddisfatta

Le lotte disperate in Francia 

Jeanne Neton & Peter Åström

[...] Le lotte contro la chiusura degli stabilimenti sono un'eccezione a questa regola. In questi casi i lavoratori non hanno più niente da perdere, e possono reclamare un salario differito sotto forma di indennità di licenziamento, senza doversi preoccupare della salute futura della loro impresa. Precedentemente, i dipendenti di queste aziende teatro di sequestri e di altre azioni illegali, avevano sovente accettato il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro e, a volte, dei tagli sui salari, nella speranza di scongiurare la chiusura dell'azienda. Ma quando questa chiusura diventa inevitabile, la rabbia per aver acconsentito a così tanto per ottenere nulla in cambio, e la coscienza di non aver più nulla da perdere, si traducono in forme di lotta disperate, nelle quali è chiaro che il futuro stato di salute dell'azienda non è più una preoccupazione e che tutte le promesse di riqualificazione non possono sostituire l'unica cosa che rimane tangibile: la moneta sonante. Queste lotte si sono mostrate efficaci, nella misura in cui i lavoratori interessati hanno ottenuto degli indennizzi che vanno ben oltre quelli previsti dalla legge. Così, secondo Christine Ducros e Jean-Yves Guérin, i dipendenti che ricorrono a tali forme di azione, ricevono in media un compenso aggiuntivo quattro volte superiore rispetto a quelli che non lo fanno. Qui, il carattere frazionato delle lotte non è il segno di una loro intrinseca debolezza, ma piuttosto ciò che ha permesso loro di vincere, giacché un’eventuale generalizzazione di queste forme di lotta le renderebbe inaccettabili per la classe capitalista.

lunedì 2 dicembre 2013

“Anzola è il mondo?” Una risposta al SI Cobas

Il Lato Cattivo & C.  

Cari compagni/e, 

abbiamo letto la risposta al nostro Anzola è il mondo?, apparsa sul Vostro sito web e significativamente intitolata Come mosche sulla merda. Quel che ne abbiamo ricavato, di primo acchito, è un moto di fastidio; fastidio dovuto non tanto, come qualcuno potrebbe pensare, a una nostra ipotetica idiosincrasia per la critica e l’invettiva che ci vengono rivolte (lungi da noi!); ma piuttosto suscitato dall’impressione che la «prima lettura» del nostro opuscolo da parte dell’autore o degli autori di questa risposta, sia stata alquanto frettolosa, per non dire offuscata dal pregiudizio – meglio, da una certa forma mentis – che li ha indotti a inanellare una lunga sfilza di fraintendimenti. Ma procediamo con ordine.
Come prima cosa, e a scanso di equivoci, è bene chiarire che i principali autori del testo in questione sono un disoccupato, un operatore socio-sanitario e un’educatrice; proletari tra i proletari, i cui salari (quando hanno la fortuna di riceverne uno) sono abbastanza simili a quelli dei facchini che hanno in tasca la tessera del SI Cobas. Ma certo, per aver letto un pochino Marx, per essersi presi il tempo di riflettere e scrivere un testo di 48 pagine, costoro non potevano essere che degli «intellettuali» e dei «piccolo-borghesi»! Si sa: gli operai non hanno tempo per pensare! Ci torneremo sopra.
Veniamo dunque a quello che scrivono – in buona o in malafede – gli autori di Come mosche sulla merda, e confrontiamolo con la realtà. [...]
 
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